Larantuka, Indonesia, a set on Flickr.
Larantuka, Indonesia
Larantuka, Indonesia, a set on Flickr.
Larantuka, Indonesia, a set on Flickr.
Sunsets in Lembongan island (Bali), a set on Flickr.
Raggiungo Mahana Point con lo scooter che ho affittato alla guesthouse. Sono le tre del pomeriggio. Il sole ha appena iniziato a calare e annunciare l’inizio del tardo pomeriggio. La strada per arrivare fino a qui è dissestata. Una stretta striscia di asfalto che accompagna i sali e scendi di quest’isola brulla e secca che ricorda il nostro meridione. Sembra stonare qui ai tropici, sull’isola di Nusa Ceningan non lontana da Bali. Parcheggio lo scooter all’ingresso di un piccolo resort con tre bungalows affacciati sul mare. Un guardiano seduto in bilico con una sedia di plastica mi guarda con occhi assonnati. Forse l’ho svegliato con il mio arrivo o forse è reduce da una serata pesante con gli amici.
‘Hi. How do you go to Mahana Point?’, gli chiedo.
Lui si gratta la testa, raddrizza la sedia e si alza lentamente. Si avvicina e mi dice: ‘Today no go. Today ceremony in temple.’
Mi abbasso un po’ per vedere meglio tra gli alberi. Intravedo degli scalini scavati nella terra che portano ad un tempio Hindu dietro al quale ci dovrebbe essere Mahana Point.
“Are you sure?’ gli chiedo. “Is not possible to walk along the temple?’, sempre con il mio inglese da straniero. “Maybe you can try,’ mi dice mentre riprende la posizione in bilico contro il muro di prima. ‘Go there and ask at the temple, my friend.’
Mi incammino. Salgo gli scalini che avevo intravisto tra i gli alberi. Dopo 100 metri mi trovo accanto al basso muro in mattoni del tempio. All’interno vedo varie statue e stupa avvolti nei tipici sarong a scacchi neri e bianchi. Some se per pudore volessero nascondere alcune loro parti. Nel cortile a fianco dell’entrata principale al tempio ci sono una ventina di uomini, tutti con il loro foulard bianco avvolto attorno al capo. Parlano a voce alta, con tono animato. Alcuni in piedi in circolo, altri acquattati sul pavimento. Un gran vociare. Poi capisco. Non si tratta di una cerimonia. Gli uomini sono venuti qui per vedere e scommettere sulla lotta dei galli. Un posto isolato e appartato, dato che ufficialmente la lotta dei galli è illegale in Indonesia.
Nessuno mi nota. Continuo a camminare lungo il muro. Giro a destra e alla fine un breve corridoio vedo il mare. Pochi passi e mi lascio il tempi alle spalle. Sono sulla scogliere di Mahana Point. La marea si è abbassata notevolmente. Il mare si trova ora a venti o venticinque metri sotto di me. Mahana Point guarda verso Sud, l’Oceano. Oltre l’orizzonte la costa dell’Australia occidentale e poi il Polo Sud. Uno spazio immenso, senza fine.
La superficie del mare è accarezzata da grandi onde che sembrano muoversi al rallentatore. L’infrangersi contro il fondale basso e la scogliera sembra fatto con un senso di sollievo. Il punto di arrivo dopo un lungo viaggio. Alte tre, quattro o forse 5 metri, non so.
Tra un onda e l’altra vedo due surfisti. Sono Balinesi. A circa 300 metri da dove mi trovo io. Nuotano, coricati sulle loto tavole, verso il mare aperto, per raggiungere il punto dove le onde toccano il fondale meno profondo e si alzano verso il cielo prima di iniziare a rompersi. Sono lontani dalla riva. Sono so come abbiano fatto ad arrivare fino a qui. Di certo non sono entrati in mare dalla scogliera dove mi trovo. Raggiungono il punto che sembra più adatto. Su siedono sulle tavole alzano la testa per intravedere quella giusta. Ancora qualche bracciata verso il mare aperto. Di nuovo seduti. Ecco, sembra che arrivi l’onda giusta. Una collina fatta di acqua. Girano le tavole verso riva. Si coricano di nuovo a pancia in giù. L’onda si sta per rompere, si vede la prima schiuma sulla cresta. I due surfisti si attaccano con le mani alla tavola, battono con i piedi nell’acqua per prendere velocità. Con uno scatto sono in piedi sulla tavola. Per un attimo mi sembra che sia troppo tardi. La schiuma li ha inghiottiti. Ma poi eccoli spuntare come dal nulla a tutta velocità, come se scappassero dalla schiuma che li insegue. Salgono e scendono dall’onda con scatti rapidi, continuando nella loro fuga. . Poi l’onda perde forza e loro e girano l’asse verso sinistra e la scavalcano alzando le braccia la cielo in segno di vittoria per essere riusciti a rimanere in piedi per tutto il percorso. Sono a 300 – 400 metri da dove erano prima. Si rimettono a pancia in giù sulla loro asse e prendono di nuovo al direzione del aperto alla ricerca della prossima onda. A volte scampino sotto la schiuma di onde che si sono infrante. Ricompaiono e riprendo a nuotare sulla loro asse.
Li osservo come ipnotizzato. Il sole e’ caldo, ma non scotta. Il vento dall’Oceano è fresco. Il cielo è di un azzurro profondo senza neanche una nuvola. Qui a Bali esiste la tradizione della meditazione. Non si della meditazione a gambe a fiore di loto. Occhi chiusi e mani appoggiate sulle ginocchia, con il pollice delle mani che si toccano rivolti verso l’alto. No, la chiamano meditazione attiva e viene svolta mentre si svolgono le attività di tutti i giorni. Sulla scolgiera di Mahana Point, guardando i due surfisti che giocavano con quelle onde immense che arrivano da lontano, mi è sembrato di meditare. Forse è stato proprio così.
https://maps.google.com/maps/ms?msid=211483290267470879112.0004c8c75dfc2328daf06&msa=0&ll=-8.704582,115.439261&spn=0.005684,0.007811
Non sono mai stato prima in una zona colpita da un disastro naturale. Ieri ho preso la bici e sono andato verso le colline a ovest di Dumaguete, una delle zone colpite dalle inondazioni provocate dal tifone Sendong il 17. Dicembre scorso. Ho messo delle foto in Flickr a questo indirizzo: .
Parto da casa, quartiere Batayan e prendo Rovira Road. Passo la National Road e proseguo lungo la strada che va verso Valencia. Voglio raggiungere la casa di accoglienza che hanno costruito due amici di una ONG italiana, Batang Calabuang, che è stata danneggiata dalla piena del fiume Ocoy.
Ai lati di Rovira Road vedo mucchi di terra e sassi. Un uomo spinge una cariola. Non ci sono case danneggiate qui, solo detriti che vengono dalla pulizia dei giardini, dai cortili e dalle fognature che sono esplose a causa della pressione dell’acqua. Poco prima di arrivare all’incrocio per il ponte di ferro sul fiume Ocoy, passo un paio di piccoli ponti sospesi su rigagnoli che la maggior parte dell’anno sono asciutti. Lo sono anche adesso anche se il letto del torrente si trova due metri sotto di me. I cespugli di bambù che qui sono alti fino a cinque o sei metri sono piegati come se fossero ancora in mezzo alla corrente e non abbiano ancora avuto la forza di rialzarsi. Alcune case che costeggiano questi rigagnoli sono pericolosamente in bilico sul vuoto scavato dall’acqua.
Sono a cento metri dal fiume e ai lati della strada è pieno di detriti: alberi di cocco, rami e cespugli sui quali sono incagliati dei sacchetti di plastica, sassi e alcuni mobili. Alcune case in muratura sono in piedi solo a metà. Una semplice casa in bambù tipica di qui è invece miracolosamente intatta. Due vasi di fiori decorano una finestra un po’ come se chi vi abita non si fosse accorto di nulla
Due bambini mi seguono in bici. Uno di loro è su una bmx. L’altro mi chiede di fare una foto e mi sorridono mentre scatto. Sono quasi al ponte. Alla mia sinistra, un po’ più in alto un gruppo di persone canta in un karaoke a cielo aperto. Appena mi vedono con la macchina fotografica mi gridano di fare loro una foto e si mettono in posa facendo il segno della vittoria con le dita. Li saluto con un gesto della mano. Uno alza una bottiglia di rum e mi urla di unirmi alla loro festa. Io sorrido e faccio un gesto della mano per salutarli. Mi gridano ‘Hippy New Year’ mentre mi allontano per raggiungere il ponte.
Il ponte è chiuso. Solo motorini e bici ci possono passare. La piena ha gravemente danneggiato le fondamenta dei piloni che lo sostengono e lo dovranno abbattere dato che non si può riparare. Auto e camion devono guadare il fiume la cui corrente è ancora forte. Arrivo alla casa di accoglienza mentre inizia a piovere. Pochi metri prima del portone di ferro dell’entrata ci sono tre pedicab (delle specie di sidecar coperti usati come una specie di taxi) appoggiati per terra. Le ruote sfasciate, il metallo del telaio piegato, distrutti. Busso al cancello, ma nessuno risponde. Guardo da una feritoia e all’interno tutto sembra tranquillo ma abbandonato. Due dei muri di cinta sono caduti a causa della piena che ha invaso un fosso che passa nel giardino della casa d’accoglienza e sfocia nel fiume Ocoy. La case accoglie circa 15 bambini che il comune di Dumaguete ha dato in accoglienza a causa di grossi problemi nelle loro famiglie legati a violenza e povertà. Il giorno della piena i miei amici erano in Italia per il loro annuale fund rising. I bambini e le persone che lavorano alla casa di accoglienza si sono tutti salvati. I miei amici sono tornati in fretta e furia a Dumaguete per valutare i danni e hanno completato la maggior parte delle pulizie dal fango e l’acqua che ha invaso la casa. Hanno chiuso provvisoriamente il buco nel muro di cinta con uno steccato di bambù e fil di ferro.
Ha smesso di piovere ma il cielo è scuro e carico di pioggia. Dicono che nelle due settimane dal tifone abbia piovuto quasi tutti i giorni e la gente continua ad avere paura di una nuova alluvione.
Salgo in bici e ritorno sulla strada che sale verso Valencia e costeggia il fiume Ocoy. Fino ad ora ho visto detriti accatastati ai lati della strada, case danneggiate, bambini che portano acqua, vestiti stesi ad asciugare lungo fili tesi tra gli alberi, ma non ero preparato a quello che ho visto più su e sinceramente faccio fatica a trovare le parole per descrivere ala forza della distruzione che ho visto.
Di un ponte sospeso per persone, bici e moto rimane una massa di ferro contorto su se stesso. Le anse del fiume sono state divorate dall’acqua che ora scorre un paio di metri più in basso. Un campo di basket ha un solo canestro, l’altro è stato portato via dalla piena. Un gruppo di ragazzi si lava ad un rubinetto che serve per dar acqua a diverse famiglie. Un capannone che stava al lato del fiume è distrutto e ha una parete di metallo piegata verso l’esterno dalla forza dell’acqua. E poi pali della luce divelti, altri in bilico. Case distrutte. Lampioni di metallo piegati. Cerco di immaginare il ruggito dell’acqua e la paura che devono avere provato qui a pochi metri dal fiume mentre l’acqua trascinava con se alberi, detriti, sassi, piloni della luce, e pezzi di case.
Si sta facendo buio e inizia di nuovo a piovere. Una donna mi invita a cercare riparo sotto la tettoia della sua casa. All’interno hanno acceso una lampada a olio. Una donna mi dice che l’elettricità non è ancora arrivata. L’acqua corrente è stata invece riallacciata solo tre giorni fa. Mi chiede se vivo a Dumaguete o se sono un turista. Le dico che vivo a Dumaguete. Mi moglie è filippina? No, le dico, europea come me. Ho figli? Si, due belle bambine. E un bambino maschio non lo voglio? Le dico che sono contento con le mie figlie.
La pioggia si è ridotta. Metto il poncho giallo, chiudo bene la borsa con la macchina fotografica e mi rimetto in sella. La donna mi augura con un sorriso buona anno. Io, vista la distruzione intorno a noi, non ero sicuro che buon anno fosse la cosa giusta da dire. Sono contento che l’abbia detto lei. Le sorrido e le auguro anche buona fortuna. Il cielo e’ carico di pioggia e sembra anche più buio verso valle dove mi sto dirigendo per tornare a casa.
At times it is possible to find little gems in the little-screen-inflight-movie-world. The other day, while flying to Sydney, I watched Another Earth. It tells the story of an approaching planet which is the exact copy of our Earth. The planet is like a second moon and can be seen up in the sky. Since it is a copy of our planet, it is lived by copies of us (other us) whom we could eventually meet since the distance is not too great. I am writing this in a Starbuck in Manila and imagine sitting here with another myself: looking as I look but having different thoughts than I have. What would I say to him?
Maybe I would start by showing some pictures as the ones at the top of this page and I would speak about Olga, Venla and Katja and what has happened this year. The same I want to do with you now keeping up with the tradition of a common end of the year message. The last few days have been worrying days due to the floods that have hit the Southern part of the Philippines.
The typhoon that hit Mindanao touched also the island of Negros and Dumaguete, the city where we live. Areas of the city nearby the two rivers that crisscross the town have been affected, houses flooded, some people have lost their lives. An Italian friend who is running a shelter home for kids who are temporarily separated from their families due to poverty or domestic problems has been damaged and the twenty kids they host had to be evacuated. Home of other people we know have been flooded now having to deal with the mud that was brought down from the mountain areas. The news paper say that people had been warned in the South of the Philippines, but we are not living in the typhoon-belt part of the country and they may have not followed instructions to evacuate while the floods hit during the night.It is a bit scary to think how fragile our way of living is when confronted to nature and its indifference. Yet, thinking about this I feel really close to people of Dumaguete and the town that has been now our home for two and half years. A town where I like to live, where Olga and Venla have many Filipino friends from school and our neighborhood. The town where they go to ballet school twice a week.
The island of Negros where they have learned to swim and discover, with a mask and a snorkel, the colors and the hundreds of fish species of the coral reefs. We continue living with our three languages at home. I speak English with Katja. She speaks Finnish to the girls. I talk Italian to them. I get replies in English but it does not matter as long as the replies are correct and I think that, though Olga and Venla not always understand what I say they are now more open than they used to be to tell me to repeat or translate. This has helped to start reading to them novels in Italian and using books with few images and a lot of words. I really enjoyed sitting with them in the evenings and reading them Pinocchio written in an old Italian style with words that at times I did not understand myself. Reviewing and making sure that before starting a new chapter where al knew what had happened to Pinocchio up to that point.Reading Pinocchio has been part of getting closer to Italy during this year. Maybe the time has come to miss my country more than I used to. Maybe it is because I now cannot run without listening to a radio podcast such as Caterpillar of Farenheit, maybe is because I have been away since 1996, or maybe is because I want my daughters to have a feeling and appreciation of the history of my country and what it means to walk in the Piazza of Cremona surrounded by buildings built centuries ago, of maybe … who knows.
The fact is that from afar I feel closer to my country. I did not write much about work, I notice now. Well, it is still very interesting. I did a presentation few days ago where I quoted to the participants something I read in the International Herald Tribune few days earlier: ‘politicians do not have to be intellectuals, but they should live intellectual lives.’ I found this an interesting idea which made me reflect about my current work researching the link between knowledge and policy making in developing countries. It made me also think about my previous work in Cambodia and Vietnam. How can we help to develop greater demand by policy makers and decision makers to use knowledge from research and development programme to inform the policies of a country? I do not have an answer, but this question can lead to various areas of research next year. For the time being I just wanted to let you know that I am fine we are all fine. We look forward for travelling to Finland this evening and spend the Christmas there. I hope we meet soon somewhere and do come to visit us in Dumaguete. It is far, but not too far.
Wish all of you a Merry Christmas and all the best for the New Year. Buon Natale e Buon Anno.
Arnaldo, Olga, Venla and Katja
Nice coincidence here in Dumaguete. The other night I put in alphabetical order the many books I have at home. I first divided them by language: Italian section, English and then Finnish. Then I ordered them alphabetically: first the Italian and then the ones in English. I also decided to mix fiction books with those of development economics and political economy because too many categories usually confuse. The books in Finnish do not have to be put in order for two simple reasons: they are few and Katja does not mind whether our bookshelves have a taxonomy or not. In this we are very different: I like to know that there is an order that organizes the books and for her it does not matter, it would be enough to organize the books according to the color of the covers. She privileges the aesthetic and subjective, I privilege the objective and categories.
At 23:30, when I finished I was happy that the bookshelves were finally organized, as if I had removed a light weight. I went to bed for a nice and quiet sleep but found myself unable to fall asleep. The following day we had Venal 5th birthday + while I ordered the bookshelves in the living room, I noticed that a I had not yet read several of the books purchased sometimes long ago. It was as if the books try to call my attention in the night. Even now, if I close my eyes, I see them in the bookshelves as if they silently shout to me: open to me! Read me! I can see some of the titles: Thaller & Sustein: Nudge (bought at the airport in Bangkok). Muhammad Yunus: Creating a World Without Poverty (bought the National Bookstore in Dumaguete). Fareed Zakaria: The Post-American World. Malcolm (Bangkok). Malcolm Gladwell: Outliers (Dumaguete). Proust: In Search of Lost Time (bought in Cremona).
Before buying these books, I read their abstracts on the Internet, their back cover, online reviews in Amazon. I know what they are about and while turning in the bed I remember an interview with Umberto Eco, who spoke of his home-library where he has collected thousands of volumes and the question which is often asked to him: have you read them all, Professor? He usually answers that hasn’t read them all and that a book can teach something even if you read a chapter or a few pages. At this thought I finally fall asleep.
Sunday morning. The bookshelves are clean and organized. I put the earplugs and listen to a podcast on my iPod: Fahrenheit, Radio 3 Rai. Paulo Mauri, for long time responsible of the culture pages of the newspaper La Republic, speaks of his passion for books, the unfulfilled ambition that all lovers of reading and literature have to read all the books that exists. An illusory ambition that inevitably turns into frustration as we have neither the time nor the opportunity to read everything. So we must carefully choose our readings. This is not always possible because sometimes we need to read books for work: for a review or for a research paper. This makes time needed for reading the books we choose to buy even more precious. Mauri mentions that he usually reads more than one book at a time and finds this ok. First, as mentioned by Eco as well, not all books should be read from cover to cover. Second, reading more than one book at a time allows traveling from one era to another, from a novel to an essay, from one language to another. It like when you you meet for an aperitivo with friends where you meet other acquaintances: a word here, a smile there, a joke here.
For some time I have also been reading more than a book at a time as if I had realized that with age the pace of time seems to speed up which diminishes the time available to read and learn. I think this is the main reason why I struggle to finish books. Paraphrasing Plinius the Old, all of those books gave me something: an idea for the incipit of a paper article or paper, a different point of view, and much more. All this is driven, similarly to all those who are passionate about books, by the desire to meet once again a book that once started one cannot stop reading, for which one wants the evening to arrive quickly to continue where we had stopped the previous night .What was the last book where this happened to me? Viaggi e Altri Viaggi (Travel and Other Travels) by Antonio Tabucchi which I read while traveling in Japan last summer.
Waiting for the next book ….
(Thank you to Google Translate for translation)
Bella coincidenza di casualità qui a Dumaguete. L’altra sera ho messo in ordine alfabetico i molti libro che ho qui in casa. Li ho prima divisi per lingua: sezione italiana, inglese, e finlandese. Poi ho ordinato in ordine alfabetico prima quelli in italiano e poi quelli in inglese. Ho deciso anche di mescolare i libri di narrativa a quelli di economia dello sviluppo o politica economica dato che troppe categorie di solito confondono. I libri in finlandese non hanno bisogno di essere messi in ordine per due semplici motivi: sono pochi e Katja non da molta importanza a questa tassonomia della nostra libreria o biblioteca. In questo siamo molto diversi: a me piace sapere che esiste un ordine che organizza i libri che abbiamo (come per latri aspetti della mia e nostra via), mentre per lei, questo ordine rigoroso non ha importanza, tuttalpiù organizzerebbe i libri a seconda del colore colore della copertina, privilegiando quindi l’aspetto estetico più soggettivo, mentre io privilegio quello oggettivo, legato all’ordine alfabetico.
Alle 23:30 quando ho finito di organizzare la libreria ero soddisfatto, come se mi fossi tolto un leggero peso. E sono andato a letto per una bella e tranquilla dormita. Ma non riuscivo a prendere sonno. Un po‘ perché il giorno dopo avremmo festeggiato il compleanno di Venla e un po‘ perché,mentre ordinavo la libreria in salotto, mi sono accorto che diversi libri acquistati tempo fa non li ho ancora aperti. Era come se quei libri non ancora letti cercassero di chiamare a gran voce la mia attenzione e la necessaria dose di tempo necessaria alla loto lettura. Anche adesso, se chiudo gli occhi, li vedo nella libreria silenziosi ma che allo stesso tempo è se gridassero: aprimi! leggimi! Alcuni titoli: Thaller & Sustein: Nudge (comprato all’aeroporto di Bangkok). Muhammad Yunus: Creating a World Without Poverty (ancora incelofanato e comprato al National Bookstore a Dumaguete). Fareed Zakaria: The Post-American World. Malcolm (Bangkok). Malcolm Gladwell: Outliers (Dumaguete). Proust: Alla Ricerca del Tempo Perduto (acquistato a Cremona)
Prima di comprare questi libri ho letto l’abstract in internet, la quarta di copertina in libreria, le recensioni online prima di acquistarli da Amazon. So (o mi pare di sapere) di cosa parlano questi So quindi ( o mi pare di sapere) di che cosa parlano e mentre mi giro e rigiro nel letto scorro con la mente i titoli delle copertine che ho appena sistemato, uno ad uno, con un dito immaginario: letto! non letto! letto qualche capitolo – letto – utile per un paper sull’utilità della ricerca per le politiche di sviluppo – ecc.
Poi ricordo una intervista a Umberto Eco il quale parlava della sua biblioteca la quale continue migliaia di volumi e della domanda che spesso teme da parte dei giornalistici che incontra: ma li ha letti tutti, professore? La risposta che Eco da è che non li ha letti tutti e che un libro può insegnare qualcosa anche se non lo si legge tutto e ci si limita ad un capitolo o qualche pagina. Se lo dice Eco! A questo pensiero, mi sento più tranquillo e mi addormento.
Domenica mattina. La libreria in salotto è lí bella e in ordine. Metto le cuffiette, accendo l’iPod per ascoltare il podcast di Fahrenheit (Radio 3) mentre lavo i piatti della colazione. Puntata con un un trecento di Paolo Mauri (non il mio vecchio amico) ma responsabile, per molti anni, delle pagine culturali del quotidiano La Repubblica. Mauri parla della sua passione per i libri, dell’ambizione che tutti gli appassionati di lettura e letteratura hanno di leggere tutti i libri che escono. Una ambizione illusoria che si trasforma inevitabilmente in frustrazione dato che non abbiamo ne il tempo ne la possibilità per leggere tutto. Dobbiamo quindi scegliere attentamente le nostre letture. Non sempre questo è possibile dato che a volte dei libri vanno letti per lavoro: una recensione, una quarta di copertina, oppure per un paper di ricerca. Questo rende ancora più prezioso il tempo che rimane a disposizione e al quale dedicare la lettura dei libri che scegliamo di acquistare e leggere. Mauri poi aggiunge che legger sempre più di un libri alla volta e che non c’è nulla di male nel fare così. In primo luogo, come ha anche detto Eco, non tutti i libri vanno letti dalla prima all’ultima pagina. In secondo luogo leggere più di un libro alla volta permette di viaggiare nel tempo passando da un’epoca all’altra, da un romanzo ad un saggio, da un linguaggio ad un altro. Un po’ come quando si è ad un aperitivo con gli amici in piazza e si incontrano altri conoscenti: una parola qui, un sorriso là, una battuta qui.
Da tempo leggo più di un libro contemporaneamente. Come se mi fossi accorto che con l’età la velocità del tempo accelera e quindi il tempo per leggere e imparare si riduce velocemente. Penso sia questo il motivi per il quale fatico a finire i vari libri che ho sul comodino o in valigia quando viaggio. Ma tutti, comunque, mi danno qualcosa: un’idea per l’incipit di un articolo o paper, un punto di vista diverso dal quale osservare per esempio il concetto di modernità, e molto altro. Il tutto, penso, guidato dal desiderio di sentire ancora una volta il desiderio di incontrare un libro dal quale non riesco a staccarmi, per il quale voglio che la sera arrivi velocemente per potere accende la luce del comodino e continuare il racconto interrotto la sera precedente. Quale è l’ultimo libro con il quale mi è successo? Viaggi e Altri Viaggi di Antonio Tabucchi, mentre ero in viaggio in Giappone la scorsa estate.
Aspettando il prossimo libro ….
‘Devo andare qui’, dico mentre indico un punto sulla cartina di Heidelberg all’addetta dell’ufficio informazioni alla stazione. E’ una signora di mezzo etá, con lunghi capelli biondo-grigi raccolti sul capo. Un trucco sottile, appena accennato. Gira la cartina di 180 gradi, prende un evidenziatore, si aggiusta gli occhiali sulla punta del naso e inizia a segnare il percorso che dovrò seguire. Poi rigira la cartina e in un bel inglese con accento tedesco mi dice di seguire il percorso del tram fino a Bismarkplatz, passare il ponte e incamminarmi lungo Bergstrasse. Le chiedo quanto ci vuole: ‘45 minuti circa. Oppure un’euro e venti in tram fino a metà strada’.
La ringrazio ed esco dall’ufficio del turismo. È iniziato il tramonto. Mi fermo accanto alla vetrina illuminata dell’ufficio per guardare di nuovo la cartina e percorrere con la mente la traccia che la signora ha segnato su di essa. Cammino per circa 500 metri, lungo una via larga e alberata al cui centro scorrono i binari del tram. Tutto bene, sono sula strada giusta.
Il cielo e’ limpido, quasi cristallino. Mi giro verso la stazione che è alle mie spalle, ad Ovest. Il cielo è di un rosso così fiammeggiante che toglie il respiro. Un rosso intenso che attraversa le grandi vetrate della stazione che spariscono per lasciare vedere solo lo la sottile struttura metallica che le sorregge. Solo il grande orologio della facciata si staglia deciso contro quel cielo in fiamme.
Fa freddo. Cammino in fretta. A Bismarkplatz è tutto un correre di gente verso tram, autobus, e negozi. Le biciclette zigzagano tra la gente. Mi incammino sul ponte sul fiume. Il vento è più forte qui. Un vento che viene dalle montagne e che soffia in direzione del tramonto come se volesse spegnere quel cielo rosso che si specchia sul fiume. Sembra di essere di fronte ad un quadro di Turner con gli alberi scuri del lungo fiume, ombre nere disegnate sullo sfondo rosso. Mi ricordano anche gli alberi di Magritte, al buio, mentre dietro di essi il cielo è ancora vivo.
Mi incammino lungo Bergstrasse. Un strada in salita fiancheggiata da vecchie case a due piani. Molte con mansarda. Le luci accese nelle stanze fanno intravedere soffitti stuccati. Lampadari vecchio stile. Vecchie librerie cariche di libri. Grandi armadi a due ante di legno intarsiato.
Vedo in una stanza un piano a coda con la tavola della camera armonica aperta che appoggia su una gamba di legno. Un uomo di mezza età seduto alla tastiera. Un’ altra persona alza per un momento un violoncello come se si stesse aggiustando la sedia. Vicino alla finestra, in un angolo, un altro uomo con un flauto appoggiato sulle labbra. Tra poco inizieranno a suonare come forse fanno ogni settimana al venerdì sera da oltre venti anni.
Bergstrasse diventa più ripida. Un bambina gioca da sola sul marciapiede su un monopattino. Lo spinge su per la salita per alcuni metri, lo gira e poi ci salta su per fare qualche metro in discesa. Sembra intenta ad un gioco immaginario con personaggi disegnati nella sua mente. Forse in casa stanno litigando o forse sta solo aspettando l’amica dalla quale andrà a cena.
Passo un piccolo ponte sotto il quale passa una strada che incrocia Bergstrasse. Il rosso fuoco del tramonto non si è ancora arreso, il buio della notte non lo ha ancora spento. All’orizzonte, oltre la valle del Reno, il profilo delle colline della Pfaltz oltre le quali c’è la Francia. Sembrano un dipinto.
Sono quasi arrivato. Passo un gruppo di tre uomini che sono usciti da una casa per fumare una sigaretta. Parlano in un tedesco strano, forse sono stranieri o forse è solo il dialetto di qui. Non lo so. Ad una finestra un uomo con i capelli bianchi è seduto a un tavolo. Ha di fronte una bambina bionda. Il tavolo è grande e quindi c’è una certa distanza fra i due. Lui sembra parlare. Lei ascolta e mi sembra quasi di sentire il tintinnare del cucchiaio sulla vecchia fondina di porcellana nella quale è stata appena versata la minestra della sera.
Adesso che ci penso, queste case, questa via lungo la quale sto camminando mi ricordano l’atmosfera di un libro che ho letto tanti anni fa: i Buddenbrooks di Thomas Mann. Queste case che accompagnano Bergstrasse sono state costruite in quel periodo. Erano le case della borghesia e oggi è come se mi avessero raccontato un pezzetto della loro storia mentre camminavo lungo Bergstrasse durante questo incredibile tramonto autunnale ad Heidelberg.
http://www.cremonaoggi.it/?p=18206#more
Una bellissima storia, raccontata con umiltà e con passione. Una vita in viaggio tra paesi e culture. Nepal, Cambogia, Vietnam, Filippine. Una famiglia che, in casa, parla tre lingue. Tutto nel lungo e affascinante racconto di Arnaldo Pellini, 44 anni, cremonese che abita a Dumaguete e lavora nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo. «Non tornerei a vivere a Cremona, ma voglio che le mie figlie conoscano la mia città e provino che cosa significhi essere in Piazza del Duomo, ammirare la facciata, il battistero e il Palazzo del Comune. Essere circondati, in un certo senso, dalla storia».
«Premessa: non sono ne un cervello in fuga, ne un cremonese di talento. Ho semplicemente deciso di partire». Attacca così Arnaldo Pellini, 44 anni, cooperatore a Dumaguete, nella provincia di Negros Oriental, sud-ovest delle Filippine. E’ andato via da Cremona quando di anni ne aveva 29, quindici anni fa. «Sono partito da Cremona nel 1996 – racconta -. Decisi di andare via per un anno per fare un Master in economia dei paesi in via di sviluppo all’Università di Glasgow, in Scozia. Dal 1997 lavoro nel campo della cooperazione e sviluppo. Sono stato in Nepal per un anno (1999-2000) in un progetto del governo tedesco che finanziava la costruzione di piccole infrastrutture rurali come scuole, piccole ponti, pozzi, ecc., pianificate con la partecipazioni di rappresentanti dei villaggi in varie provincie del paese. Dal 2001 al 2005 ho vissuto a Kampong Thom in Cambogia dove ho lavorato con varie associazioni Buddiste e comitati di villaggio per aumentare il livello di partecipazione e dialogo con i consigli comunali. Anche questo era un progetto finanziato e gestito dall’agenzia per lo sviluppo tedesca. Dal 2006 al 2008 ho vissuto a Ha Noi, in Vietnam, e ho lavorato per le Nazioni Unite in un progetto con ricercatori vietnamiti nel campo delle scienze sociali». Poi, la scelta di stabilirsi nelle Filippine, dove lavora la moglie Katja, impiegata in un progetto tedesco che si occupa di gestione di risorse forestali nella provincia di Negros Oriental. «Io, dal 2008, lavoro (in remoto) per l’Overseas Development Institute di Londra, uno dei principali istituti di ricerca per lo sviluppo in Europa (www.odi.org.uk). Mi occupo della gestione di progetti e collaborazioni con ricercatori in vari paesi dell’Asia: Cambogia, Vietnam, Indonesia, Laos, Sri Lanka, India, Nepal, Filippine e da quest’anno anche paesi del Pacifico». In inglese il settore, il settore per il quale lavora Arnaldo si chiama “evidence-based policy development” e riguarda il rafforzamento dell’uso della ricerca nel campo delle scienze sociali per informare le politiche e leggi che mirano a promuovere lo sviluppo. In altre parole, politiche e leggi basate sui risultati della ricerca sono in grado di dare riposte migliori per lo sviluppo di un paese o di una parte di una paese. «In concreto – spiega – nel mio lavoro conduco corsi, seminari, e studi sull’impatto che progetti di ricerca hanno avuto, per esempio, su politiche come le riforme di decentralizzazione della educazione in Cambogia oppure sulla gestione della conoscenza e strategie di comunicazione presso una organizzazione internazionale».
Una nota sull’Overseas Development Institute. «Ci sono varie nazionalità rappresentate tra 140 ricercatori e staff – racconta Arnaldo -. Il secondo gruppo, dopo gli inglesi, sono gli italiani. Tutti con storie simili alle spalle: partiti per un anno di studio all’estero e poi rimasti; difficoltà a trovare un posto in un’università italiana; mancanza di opportunità e remunerazione nel campo della ricerca. Io sono un caso un po’ diverso perché ho iniziato a fare ricerca dopo avere lavorato sul campo. Ho infatti completato il dottorato sui processi di decentramento in Cambogia presso l’Università di Tampere, in Finlandia, solo nel 2007».
La scelta di lasciare Cremona deriva da un istinto di Arnaldo verso il viaggio. «Ho sempre viaggiato, fin da piccolo – dice -. Mia madre é tedesca e da piccolo sono andato quasi ogni estate in Germania, a Monaco di Baviera. Negli anni dell’università ho continuato a viaggiare: Erasmus in Germania; inter-rail, India, Nepal, Messico, Guatemala, Venezuela. Quei viaggi, soprattutto quello in India, che feci con altri quattro amici e che era stato ispirato da un interesse comune per Notturno Indiano di Antonio Tabucchi, hanno fatto crescere in me la curiosità per l’estero, di culture lontane e diverse dalla nostra. La scoperta di quei paesi, anche se superficiale, mi fece anche scoprire quanto Cremona era piccola e che c’era ‘dell’altro’ non solo da vedere ma anche da vivere». Dunque, perché lasciare Cremona? «Non nascondo . continua – che tra i motivi che mi hanno spinto a lasciare Cremona c’é stato anche un senso, allora non molto chiaro, di fastidio verso la mentalità provinciale e chiusa della nostra città, la divisione tra compagnie della Cremona bene e ‘meno bene’, e il condizionamento che l’opinione degli altri in ogni caso esercita in una città piccola. Riflettendoci ora, penso che la decisione di partire sia stata influenzata più dal lasciami alle spalle questo ambiente, che dalla ricerca del nuovo. Un po’ come quando si esce all’aria aperta da una stanza semi buia che é rimasta chiusa per qualche tempo».
Il giudizio su Cremona è cambiato nel tempo. «Per diversi anni – dice – non sono tornato a Cremona. Come altri italiani che ho incontrato all’estero parlavo dell’Italia e di Cremona con un certo cinismo. Penso sia una specie di difesa che noi all’estero creiamo, perché in fondo l’Italia ci manca. Infatti, da qualche anno Cremona e l’Italia mi mancano davvero. Non tornerei a vivere a Cremona, ma voglio cercare di tornare almeno una volta all’anno. Uno dei motivi è che voglio che le mie figlie conoscano la mia città. Katja, mia moglie, è finlandese e qualche anno fa abbiamo costruito un piccolo cottage in Karelia. E’ una piccola casa di legno, immersa nel bosco, che si affaccia su un bel lago. La natura, il verde, le lunghe giornate di luce dell’estate scandinava sono tutte cose belle che è bene che le mie figlie conoscano. Ma voglio anche che conoscano la mia città e che cosa significhi essere in Piazza del Duomo, ammirare la facciata, il battistero e il Palazzo del Comune. Essere circondati, in un certo senso, dalla storia».
«Ho vissuto in vari paesi in Asia, oltre che a Gran Bretagna, Spagna e Finlandia (Katja e’ finlandese) . prosegue -, ogni volta che ero in visita a Cremona qualcuno mi chiedeva: ma resti in Cambogia,Nepal, o Vietnam per sempre? La vita che faccio e il lavoro che faccio in questo momento non hanno questa dimensioni del ‘per sempre’. I progetti nei quali ho lavorato durano due anni, quattro anni, ma poi si cambia. Si cerca o si crea un nuovo progetto. Spesso cambiare significa anche cambiare paese. In questo momento vivo con la mia famiglia nelle Filippine da due anni. Sappiamo che vivremo qui per altri due e poi vedremo. Questo penso sia il cambiamento maggiore nella mia vita: il cambiamento sempre possibile. Per quanto riguarda il quotidiano la vita che facciamo è simile a tante altre: le mie figlie vanno a scuola la mattina e tornano al pomeriggio, lavoro al computer, uso internet, viaggio per lavoro, ogni tanto nel weekend facciamo delle gite al mare. In casa, però parliamo tre lingue (inglese, finlandese, e italiano) il che non è molto comune».
Tornare a Cremona è impossibile? «Non saprei cosa fare – risponde -. Inoltre, so che per mia moglie, che è straniera sarebbe molto più difficile che per me. Tornare in Italia? Questo forse si, anche se vale lo stesso discorso che per Cremona: a fare che cosa? La cooperazione per lo sviluppo è praticamente inesistente rispetto ad altri paesi (l’Italia dà lo 0,16% del PNL, ultima tra i paesi OECD). Fare ricerca è difficile e mi mancano i contatti. Questo per sempre? Non lo so, vediamo». Partire, per Arnaldo, non è stata una scelta difficile. «Questo perché non penso – dichiara – che si parta con l’idea di stare via per sempre. Non sono come uno degli emigranti degli anni del boom economico. Quelli si che partivano per sempre. E’ il continuare nella scelta che e’ difficile. Ricordo una sera di più di dieci anni fa. Degli amici di Cremona erano venuti per il Natale in Finlandia. Una sera uno di loro mi ha chiesto: “Ma tu come fai? Come fai a cambiare sempre? Io non ne avrei la forza”. In quel momento non capii il senso della domanda e penso di avere riposto qualcosa del tipo: “Tu fai una decisone. Poi la segui. Nel momento nel quale hai deciso ti prendi anche la responsabilità delle piccole decisioni che poi seguono: lavoro, studio, casa, permesso di soggiorno, ecc.”. Oggi capisco il senso di quella domanda. O meglio, quella domanda ha un senso diverso per me. Viaggiare e vivere all’estero stanca, come ha detto Tiziano Terzani. E si paga un prezzo, aggiungo io: la malinconia. All’inizio è la malinconia legata alla solitudine che si incontra nell’arrivare un una città nuova, un paese nuovo, una lingua che non si capisce. Più avanti è la malinconia legata al tempo che passa e che si sente quando si capisce che la scelta è diventata irreversibile, che non si può tornare indietro. Si capisce che si tornerà a bere un aperitivo verso sera sempre più di rado, che non potremo organizzare all’ultimo momento una cena ad alto volume in una trattoria di campagna. Ma va bene così, almeno fino a quando continuerò a provare una indescrivibile emozione nel camminare nelle viuzze della vecchia Delhi, o mentre visito il tempio Buddista di Gangaramaya a Colombo, oppure quando, come lo scorso agosto, sono rimasto senza parole alla vista del Padiglione d’Oro a Kyoto».
«Non so cosa avrei fatto se fossi rimasto a Cremona – conclude -. Forse avrei continuato con la società che avevo messo in piedi e che ancora oggi esiste. Non lo so. Forse è anche per quello che sono partito».